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Le imprese e le comunità virtuali: la definizione

August 28th, 2007 · No Comments

Gridlab è impegnata nello sviluppo si una piattaforma per la gestione di community che ne faciliti l’amministrazione ai gestori migliorando la produzione di contenuti di valore reperibili su internet o tra quelli prodotti dagli utenti.

La piattaforma integra web services di Amazon, You Tube ed altri servizi e offre funzionalità per ridurre i tempi ed i costi della ricerca di informazione nella produzione dei contenuti.

Questa è la raccolta di una serie di articoli che traggono spunto dal pensiero di J. Hagel, uno dei massimi esperti di Virtual Community orientate al business, pubblicati sul blog di Gridlab nel mese di agosto 2007.

Molti dei principi elaborati da Hagel stanno alla base della progettazione di alcune due funzionalità della piattaforma di Gridlab che presto verrà lanciata ufficialmente.

I post che sono raccolti in questo PDF(360kb) scaricabile per chi avesse voglia di anticipare la lettura e ne ha il tempo si concentrano sui tre punti ciascuno dei quali rappresenta una sfida per chiunque voglia investire nella creazione di una comunità virtuale:

  • La definizione di Virtual Community;
  • La mentalità, l’organizzazione e le competenze per costruire le comunità virtuali;
  • Come si misura il valore di una comunità virtuale.

Buona lettura ed un invito: Lasciate i vostri commenti sul blog ed aiutateci a migliorare i contenuti e la piattaforma.

L’interesse per una azienda nel costruire comunità virtuali sta semplicemente nella loro capacità di generare valore e ricavi crescenti (ovvero ricavi che seguono leggi di Metcalf, e nella migliore delle ipotesi di Reed). Innescare queste dinamiche non è semplice e richiede la comprensione di un nuovo modo di fare impresa.

L’esplosione della bolla speculativa ne 2000 ha risparmiato solo quelle imprese che di questo paradigma sono oggi i campioni, Google, Amazon e eBay in testa.

Il web 2.0, i blog, il riappropriarsi della rete da parte degli utenti, stanno portando alla ribalta tematiche che, prima della scorpacciata speculativa, erano all’ordine del giorno nel dibattito sull’economia delle reti. John Hagel, parlava delle Virtual Communities e delle loro potenzialità di business già dieci anni fa e ne parlava bene, in due libri che, ancora oggi, sono una lettura fondamentale per chi si interessa di rete e delle sue implicazioni sociali ed economiche: Net Gain e Net Worth.

Più di qualcuno se lo è ricordato e lo ha spinto a riprendere in mano il tema. Sul suo blog Hagel ripropone alcune idee interessanti.

Le sue riflessioni sono utili per diverse ragioni:

  • in primis perché sono svincolate dalla tecnologia e mirano al cuore della “evoluzione” dell’economia delle reti;
  • secondariamente perché aiutano a capire, definendolo, il valore di un nuovo paradigma economico sul quale costruire strategie di mercato.

La definizione di virtual community:

 

Se le imprese normalmente si scontrano con la difficoltà di definire mercati e mission, quando si parla di comunità virtuali, l’equivoco e la confusione aumentano, specie nei periodi in cui, i media, ingrandiscono qualsiasi fenomeno sia legato alla moda dell’ultimo momento. La definizione di Hagel è forse la migliore:

…virtual community involves:
establishing connections on electronic networks among people with common needs
so that they can engage in shared discussions that persist and accumulate over time
leading to complex webs of personal relationships and an increasing sense of identification with the overall community.

The key elements of virtual community, therefore, are shared discussions, shared relationships and shared identity.

Le comunità virtuali, secondo Hagel, differiscono dai social networks (concentrati sull’identità), dai marketplaces (concentrati sulle transazioni), dagli aggregatori dei contenuti (concentrati sui contenuti e meno sulle conversazioni).

Le comunità virtuali vanno oltre l’ambiente on line e finiscono per essere una estensione dello spazio fisico.

Una definizione e che tende a sfumare i confini tra on line ed off line.

Facciamo un esempio. Se comincio una riunione con un collega per telefono mentre sono nel traffico e la termino in ufficio, di fatto, passo da una conversazione on line ad una vis a vis senza che me ne renda effettivamente conto. Il telefono è entrato nel costume quotidiano e viene usato senza badare alla natura del collegamento che offre con le altre persone; ci si concentra piuttosto sulla collaborazione e sulle persone.

Con internet, per una serie di ragioni, la percezione non è ancora a questo livello.

La causa si può rintracciare nelle interfacce, ancora troppo invasive e dei dispositivi più complessi per svolgere la conversazionee nella serie di strumenti a disposizione per la collaborazione on line ceh vanno ben oltre la semplice conversazone aggiungendo il video e la possibilità di trasfrire “oggetti” come foto o documenti. Lo sforzo cognitivo è ancora notevole e le funzionalità pur essendo un valore aggiunto richiedono troppo tempo per abituarsi al loro utilizzo.

In questo senso le aziende devono rivedere il loro rapporto con i mezzi ed i modelli di comunicazione con tutti i loro “stakeholder” (impiegati e clienti) ed approfittare delle enormi capacità conoscitive e di analisi che le piattaforme per la comunicazione ed il social software in particolare mettono a disposizione.

Domani continua la serie: mentalità e organizzazione nelle aziende che vogliono avvicinarsi alle comunità virtuali

Tags: social network · web collaboration

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