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Le imprese e le comunità Virtuali (3): Come si misura il valore di una comunità virtuale

August 30th, 2007 · No Comments

Le comunità virtuali servono alle imprese per rispondere alla sempre maggior pressione di due fattori determinanti sul mercato, oggi:

• i clienti
• il talento

Sul fatto che i clienti in un ambiente sempre più competitivo e “trasparente” grazie alle tecnologie di rete vadano acquistando sempre maggior potere (in Italia ci sarebbe da discutere su questo, ndr) si è già detto molto e la letteratura è sconfinata.

La questione del talento, della sua scoperta e del modo di velorizzarlo si è detto meno, o meglio anche qui la letteratura è nutrita ma meno invocata. Le aziende comunque fanno fatica a misurarlo e a reperirlo.

I vantaggi competitivi delle aziende si basano sempre di più su fattori intangibili alla cui base c’è un fattore altrettanto intangibile: il talento. La proprietà intellettuale, il brand e le reti di relazioni per essere mantenute necessitano di questo ingrediente sfuggevole e scarso. (L’unico elemento che mantiene legato l’economia delle reti a quella della “scarsità”, ndr). Difficile da riconoscere e sempre più “mobile” e libero da vincoli strutturali con l’impresa, (in una realtà di mercato concorrenziale, significa che il potere contrattuale si sposta sempre di più verso i talenti e che al sistema economico è richiesto di creare le condizioni per il loro rapido sviluppo).

Per far fronte ad uno “spiazzamento” dei profitti verso i clienti e i telenti le imprese devono cambiare metrica di valutazione delle proprie performance e le comunità Virtuali forniscono la base di dati per valutarli almeno in maniera qualitativa :

ROA (Return on Attention) , ROI (Return on Information) e ROS (Return on Skills)

ROA - Return on Attention (e non on Assets come sarebbe nell’originale significato dell’acronimo)

Ovvero in un mercato dove l’attenzione è merce sempre più rara qual’è il valore delle mie scelte? Una domanda che vale sia per i membri della community che per i suoi organizzatori. Dare attenzione a questa o quella risorsa che valore mi porta rispetto allo sforzo e al tempo investito? Dal punto di vista degli organizzatori della community la domanda è: a quanto ammontano lo sforzo e le risorse necessarie per guadagnare l’attenzione dei membri della community e quanto valore posso generare da questa attenzione e per quanto tempo?

Le Comunità virtuali hanno dimostrato notevoli economie di scala in termini di riduzione dei costi per attrarre l’attenzione e moltiplicare le risorse messe a disposizione dagli altri membri per distribuire valore in cambio dell’attenzione.

Uno di questi strumenti, troppo poco usato dalle imprese è quello di favorire la serendipity (ovvero trovare qualcosa di valore dove meno me lo asettavo) oltre che “la ricerca”. Seguendo il pensiero di Peter Morville, Hagel Sintetizza: l’usabilità presume la “trovabilità” (findability) e la trovabilità porta alla fundability, cioè la capacità di reperire denaro.

ROI - Return on Information (e non Investments)

Ovvero come quantificare ed utilizzare le informazioni che raccoglo attraverso i profili degli utneti e le loro interazioni con la community.
Dal punto di vista degli utenti significa dare una risposta a domande del tipo: quanto e che tipo di informazioni sto fornendo ai gestori delal community, che sforzo mi sono costate e che valore (economico e non) ne ottengo?
Dal Punto di Vista dei gestori della community invece: che sforzo e che livello di investimento ho messo in campo per acquisire i profili delgi utenti e mantenerli in vita? Quanto valore saremo in grado di generare dal loro utilizzo?
Troppo spesso i gestori delle community investono troppo poco nel far leva sui profili (leveraging)

Strumenti per la gestione delle identità on line e per il single sign on (come PassPack o OpenID ) hanno esattamente lo scopo di aumentare in ROI.

ROS - Return on Skills (e non Return on Sales)

Ovvero come quantificare l’impatto della partecipazione ad una community sulla conoscenza e l’apprendimento personale.

L’indice Da un punto di vista dell’utente fornisce la risposta a domande come:

Ovvero quanto la mia partecipazione nelle community on line aumenta la mie competenze, le mie conoscenze e la mia capacità di contribuire al miglioramento di quelle degli altri membri? Posso migliorarle ancora di più partecipando ad altre community?
Da un punto di vista dei gestori la risposta a domande come: siamo in grado di attrarre stabilmente gli utenti in possesso delle migliori capacità e delle migliori conoscenze? Cosa posso fare e che strumenti posso costruire per agevolare il lavoro e la partecipazione dei membri che generano maggior valore?

Questo indice è quello su cui puntano aziende come Federeted Media di John Battelle che punta alla costruzione di un network di blog di qualità su argomenti verticali e specifici sui quali raccogliere pubblicità. Non conta tanto l’audience intermini quantitativi ma piuttosto in termini qualitativi. E’ meglio avere tra i propri utenti, pochi opinion leader che possono moltiplicare il valore dei contenuti e quindi la base degli utenti o molti membri che producono contenuti di livello medio basso?

Conslusioni:

 

Le comunità virtuali portano valore che cresce esponenzialmente se: 

  • sono costruite attorno agli utenti;
  • aumentano il valore ricevuto in cambio dell’attenzione che richiede la loro partecipazione;
  • aumentano il valore ricevuto in cambio delle infromazioni richieste per la partecipazione;
  • aumentano il valore ricevuto in cambio dell’impegno e delle conoscenze messe a disposizione dei partecipanti;

 

 

per raggiungere questi obbiettivi bisogna rogettare piattaforme che permettano algi utenti di:

  • condividere coversazioni
  • condividere ed instaurare relazioni
  • condividere identità di gruppo (non necessariamente di marchio)

 

 

per le imprese è necessario:

  • un cambio di mentalità e di organizzazione e l’investimento in professionalità in grado di garantire questo cambio di paradigma
  • muovere verso programmi di marketing con logiche pull (ovvero condotte dagli utenti)

 

In generale inserire l’azienda in una comunità virtuale significa aprire la strada a nuove forme di commercio “collaborativo” le cui logiche si snodano su tre diversi livelli.

  • Connessione: le comunità permettono la costruzione di relazioni fiduciare che vanno al di là della semplice possibiltià di scoprire nicchie di mercato o comunità di pratiche e di interessi sulle quali sviluppare i prodotti ed i servizi.
  • Conversazione: fornendo un ambiente di discussione ricco sotto il profilo degli strumenti e delle modalità di interzione le comunità virtuali contribuiscono a creare un “senso” condiviso che va oltre l’identità di marca permettendo all’azienda di penetrare l’universo valoriale del proprio mercato di riferimento.
  • Costruzione: le comunità visrtuali offrono piattaforme, e strutture per la governance e strumenti per sviluppare prodotti con il controbuto dei membri (i progeti open source sono esemplari ma esempi come facebook, amazon, google e ebay vanno in questa direzione)

 


In breve le comunità virtuali si stanno evolvendo da una fase dove eraro legate solamente agli interessi e agli hobbies degli utenti, verso la creazione di ambienti dove i membri possono troavere opportunità per lo sviluppo delle proprie capacità, del proprio talento dventando parte del sistema di creazione del valore.

Potete scaricare l’intera serie di post dedicati alle comunità virtuali qui (pdf)

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Le imprese e le comunità virtuali: la definizione

August 28th, 2007 · No Comments

Gridlab è impegnata nello sviluppo si una piattaforma per la gestione di community che ne faciliti l’amministrazione ai gestori migliorando la produzione di contenuti di valore reperibili su internet o tra quelli prodotti dagli utenti.

La piattaforma integra web services di Amazon, You Tube ed altri servizi e offre funzionalità per ridurre i tempi ed i costi della ricerca di informazione nella produzione dei contenuti.

Questa è la raccolta di una serie di articoli che traggono spunto dal pensiero di J. Hagel, uno dei massimi esperti di Virtual Community orientate al business, pubblicati sul blog di Gridlab nel mese di agosto 2007.

Molti dei principi elaborati da Hagel stanno alla base della progettazione di alcune due funzionalità della piattaforma di Gridlab che presto verrà lanciata ufficialmente.

I post che sono raccolti in questo PDF(360kb) scaricabile per chi avesse voglia di anticipare la lettura e ne ha il tempo si concentrano sui tre punti ciascuno dei quali rappresenta una sfida per chiunque voglia investire nella creazione di una comunità virtuale:

  • La definizione di Virtual Community;
  • La mentalità, l’organizzazione e le competenze per costruire le comunità virtuali;
  • Come si misura il valore di una comunità virtuale.

Buona lettura ed un invito: Lasciate i vostri commenti sul blog ed aiutateci a migliorare i contenuti e la piattaforma.

L’interesse per una azienda nel costruire comunità virtuali sta semplicemente nella loro capacità di generare valore e ricavi crescenti (ovvero ricavi che seguono leggi di Metcalf, e nella migliore delle ipotesi di Reed). Innescare queste dinamiche non è semplice e richiede la comprensione di un nuovo modo di fare impresa.

L’esplosione della bolla speculativa ne 2000 ha risparmiato solo quelle imprese che di questo paradigma sono oggi i campioni, Google, Amazon e eBay in testa.

Il web 2.0, i blog, il riappropriarsi della rete da parte degli utenti, stanno portando alla ribalta tematiche che, prima della scorpacciata speculativa, erano all’ordine del giorno nel dibattito sull’economia delle reti. John Hagel, parlava delle Virtual Communities e delle loro potenzialità di business già dieci anni fa e ne parlava bene, in due libri che, ancora oggi, sono una lettura fondamentale per chi si interessa di rete e delle sue implicazioni sociali ed economiche: Net Gain e Net Worth.

Più di qualcuno se lo è ricordato e lo ha spinto a riprendere in mano il tema. Sul suo blog Hagel ripropone alcune idee interessanti.

Le sue riflessioni sono utili per diverse ragioni:

  • in primis perché sono svincolate dalla tecnologia e mirano al cuore della “evoluzione” dell’economia delle reti;
  • secondariamente perché aiutano a capire, definendolo, il valore di un nuovo paradigma economico sul quale costruire strategie di mercato.

La definizione di virtual community:

 

Se le imprese normalmente si scontrano con la difficoltà di definire mercati e mission, quando si parla di comunità virtuali, l’equivoco e la confusione aumentano, specie nei periodi in cui, i media, ingrandiscono qualsiasi fenomeno sia legato alla moda dell’ultimo momento. La definizione di Hagel è forse la migliore:

…virtual community involves:
establishing connections on electronic networks among people with common needs
so that they can engage in shared discussions that persist and accumulate over time
leading to complex webs of personal relationships and an increasing sense of identification with the overall community.

The key elements of virtual community, therefore, are shared discussions, shared relationships and shared identity.

Le comunità virtuali, secondo Hagel, differiscono dai social networks (concentrati sull’identità), dai marketplaces (concentrati sulle transazioni), dagli aggregatori dei contenuti (concentrati sui contenuti e meno sulle conversazioni).

Le comunità virtuali vanno oltre l’ambiente on line e finiscono per essere una estensione dello spazio fisico.

Una definizione e che tende a sfumare i confini tra on line ed off line.

Facciamo un esempio. Se comincio una riunione con un collega per telefono mentre sono nel traffico e la termino in ufficio, di fatto, passo da una conversazione on line ad una vis a vis senza che me ne renda effettivamente conto. Il telefono è entrato nel costume quotidiano e viene usato senza badare alla natura del collegamento che offre con le altre persone; ci si concentra piuttosto sulla collaborazione e sulle persone.

Con internet, per una serie di ragioni, la percezione non è ancora a questo livello.

La causa si può rintracciare nelle interfacce, ancora troppo invasive e dei dispositivi più complessi per svolgere la conversazionee nella serie di strumenti a disposizione per la collaborazione on line ceh vanno ben oltre la semplice conversazone aggiungendo il video e la possibilità di trasfrire “oggetti” come foto o documenti. Lo sforzo cognitivo è ancora notevole e le funzionalità pur essendo un valore aggiunto richiedono troppo tempo per abituarsi al loro utilizzo.

In questo senso le aziende devono rivedere il loro rapporto con i mezzi ed i modelli di comunicazione con tutti i loro “stakeholder” (impiegati e clienti) ed approfittare delle enormi capacità conoscitive e di analisi che le piattaforme per la comunicazione ed il social software in particolare mettono a disposizione.

Domani continua la serie: mentalità e organizzazione nelle aziende che vogliono avvicinarsi alle comunità virtuali

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Le imprese e le Comunità Virtuali (2): mentalità, organizzazione competenze

August 28th, 2007 · No Comments

La mentalità

Le imprese che vogliono costruire comunità virtuali devono superare rigidità nell’approccio al mercato:

  •   porre più attenzione agli obbiettivi che vogliono raggiungere gli utenti della comunità (il famoso orientamento al mercato) più che i vendor/sponsor dell’iniziativa
  •   porre l’attenzione più sul valore di lungo termine degli utenti che quello di breve, brevissimo periodo (il famoso lifetime value)
  •   lasciar spazio alle dinamiche di un’organizzazione emergente più che a quelle verticistiche nella costruzione delle community.

Le barriere organizzative

Il cambio di mentalità nell’approccio al “mercato” ha il suo riflesso nella difficoltà ad abbattere le barriere organizzative interne all’azienda:

  • A livello di organigramma, designando chi ha la responsabilità e la delega a mobilitare le risorse necessarie (non poche) a sostenere il progetto;
  • A livello di sistema, individuando quali metriche e quali incentivi sono creati per valutare il progetto ed il suo successo;
  • A livello di competenze, che sono difficli da trovare.

Le competenze richiedono l’integrazione, nel capitale umano di una impresa, di profili professionali dedicati alla:

  • Gestione dei Contenuti
  • Gestione delle relazioni Sociali
  • Gestione dei modelli di business

Di solito nella costruzione di Comunità Virtuali, le imprese, gestiscono bene solo uno degli elementi e raramente riescono a raggiungere un equilibrio ed un giusto mix ti tutti e tre i fattori. (Quello che è più vicino al loro core business, n.d.r.)

In Italia sono pochissime le aziende che possiedono questa mentalità (DADA, Buongiorno.it, Vitaminic e sono tutte legate al mercato dei contenuti o editoriale in senso esteso). Pochi invece gli esempi in altri settori.

Questa forse e fra tutte è la sfida più complessa e quella che crea maggiori difficoltà nella creazione di comunità virtuali. Il modello command & control è ancora quello predominante nel panorama delle aziende e ci vorrà ancora molto tempo prima che ci si renda conto che la creatività e la conoscenza per diventare un fattore di produzione necessita di “libertà” e maggiore “fiducia” nelle persone che lo devono produrre e gestire.

Dal punto del vista del marketing bisogna invece superare la logica del walled garden e del più illuminato one to one marketing, dove l’impresa cerca di stabilire un contatto diretto con tutti i propri clienti ed il desiderio di mantenerli entro i confini della propria offerta. Con le comunità virtuali non funzionano. I membri vogliono avere accesso a tutte le informazioni a loro utili e non solo ad un sotto insieme filtrato da un vendor. Qui falliscono molte aziende che investono nella creazione delle community. Le recintano e ne decretano la loro inutilità. Fanno marketing one to one non social networking.

La serie continua con il terzo post dedicato alle metriche. Domani

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Fenomeno Ajax: Applicazioni Web vs Applicazioni Desktop

June 20th, 2007 · No Comments

Nei post precedenti abbiamo parlato di Application Programming Interfaces (API), di Web Services e di come il web si stia trasformando di fatto in una Service Oriented Architecture (SOA).

Un altro dei cardini sui quali si snoda il fenomeno web 2.0 è Ajax (Asynchronous JavaScript and XML).

E’ una tecnica per lo sviluppo dei applicazioni web interattive che di fatto sta colmando il vuoto tra le applicazioni desktop alle quali siamo abituati e quelle disponibili su internet sotto il profilo dell’esperienza utente.

Per fare un esempio pratico, grazie ad Ajax è possibile sposate con il drag and drop oggetti presenti su una pagina web come si fa normalmente con le icone sul proprio desktop.

Un vantaggio dell’uso di Ajax sta nel suo essere indipendente dal sistema operativo e dalle architetture e dai web browsers. E’ basato su standard aperti come Javascript e XML ed in continua evoluzione grazie a diverse comunità open source che contribuiscono al suo sviluppo ed alla sua diffusione. La più importante è Open Ajax.

Ajax è una tecnica e non una tecnologia; combina diversi linguaggi e tecnologie.

Semplificando notevolmente, Ajax aggiunge un livello di elaborazione nei sistemi basati sul web tra l’utente che interagisce ed il server che risponde. Invece di caricare una pagina web all’inizio della sessione, il browser carica un “motore” Ajax (JavaScript) che è il responsabile del rendering della pagina e della comunicazione con il web server (al posto dell’utente) permettendo l’interazione asincrona con l’applicazione. L’utente quindi non percepisce più i tempi di di risposta del server (schermate bianche o la classica clessidra).
Se il motore Ajax ha bisogno di effettuare chiamate al server http per fornire l’output richiesto dall’utente (ad esempio validazione dei dati, modifica di dati su un database remoto etcc) le effettua in maniera asincrona usando XML ma senza far percepire all’utente momenti di stallo nell’esperienza utente.
Ajax non ha ancora raggiunto un livello di maturità necessario per il grande balzo dal personal computing al network computing ma la strada è tracciata.

Ci sono ancora alcune questioni aperte:

  • il problema della sincronia delle applicazioni web e del loro utilizzo off line;
  • il pieno supporto di Ajax per le Rich Internet Media (ancora dominate da Flash);
  • l’indicizzazione delle pagine Ajax nei motori di ricerca.

Il primo punto supererà le limitazioni dello javascript che non è in grado di scrivere informazioni sui dischi locali. La soluzione più probabile è quella di installare un database (SQLlite, il candidato) nei client che gestisca e strutturi le informazioni fondamentali che si scambiano durante l’interazione con le applicazioni web.

Google è in pole position con Google Gears un plugin per firefox anch’esso basato su SQL Lite. Firefox 3 avrà la stessa tencologia nativa e si candida ad essere il client universale.

Sul fronte Rich Internet Media e Applications, Adobe con Air (Adobe Integrated Runtime) punta su un modello di sviluppo slegato dal browser ma direttamente collegato alle piattaforme desktop (Mac Os X, Windows).

Scaricando l’ambiente di runtime si potranno far girare applicazioni che prendono i dati dalla rete ma “vivono” direttamente sul desktop (come i widget di macintosh) e e si appoggiano anch’esse SQLite saranno in grado di funzionare off line e sincronizzarsi non appena connesse di nuovo in rete. Un modello che punta più sul lato personal che non sul lato network di questa convergenza di applicazioni e dati sulla rete.

Sul fronte motori di ricerca la partita è tutta da giocare. Ajax e a maggior ragione AIR creano dei problemi visto che i motori di ricerca indicizzano dando peso ai tag html e al testo contenuto nei siti. Il problema non è nuovo ma a differenza dei tempi del Flash ci sono le folksnomies e il social networks che fungono da “assistenti” dei motori di ricerca. Ma è forse il punto ancora più lontano da una soluzione soddisfacente.

ll problema forse più sentito per le applicazioni web consumer che non per quelle destinate al mondo enterprise dove la ricerca e l’indicizzazione dei dati gode del vantaggio di un ambiente controllato di produzione e classificazione dei dati.

siti di interesse per approfondire:

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Mapastraction. Una “assicurazione” sui web services

May 28th, 2007 · No Comments

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E’ una libreria javascript il cui sviluppo è finanziato dalla Well Nestoria (un motore di ricerca dedicato al mercato immobiliare londinese) che assicura i sottoscrittori del servizio dai cambiamenti del Term of Services di Google. Cerchiamo di capire a che cosa serve e quali “rischi” copre.

La proliferazione delle API (Applicaiton Programming Interfaces), widgets, social bookmarks, RSS feeds e web services così come Standard Aperti ha fatto esplodere il Web 2.0 e i social media. Dal punto di vista dei modelli di business lo scenario è tumultuoso.

citando Dion Hinchcliffes

Come sostenuto nell’ultimo post, si crede che lasciando gli utenti innovare i servizi usando la propria offerta (di contenuti e applicazioni, N.d.R.) permettendo di integrarli nei propri siti web, blogs e applicazioni, possiamo estendere la distribuzione e ottenere una rapida propagazione virale su internet, sfruttando appieno la creatività che teoricamente risiede in grande quantità ai margini del della rete

i fattori chiave di questa evoluzione sono:

  • l’abbassamento delle barriere all’entrata sul mercato lower;
  • l’emergere di linguaggi di sviluppo rapido e delle tecniche di extreme programming;
  • la diffusione della banda larga;
  • la riduzione del digital divide le la crescita dell’alfabetizzazione informatica;
  • l’esplosione dei contenuti generati dagli utenti;

Tutti questi fattori stanno riportando internet alle aspettative e alle promesse emerse prima dell’avvento del WEB.
Come già nel suo libro del 1998 Net Gain e il successivo Net Worth, John Hagel dimostra di avere la visione corretta e riesce nell’evidenziare i percorsi critici in un ambiente in continuo cambiamento. In questo post, Hagel cita Om Malik’s Web 2.0 of Innocence

La storia del Web 2.0 è fatta di API’s, mashups, infrastrutture a basso costo e la nascita di applicazioni offerte gratis agli utenti, finanziate dai venture capitalists o con un modello di business.
Un sacco di cose buone sono successe, l’innovazione è esplosa ma stiamo entrando in una fase più pragmatica, dove i grandi attori come Google e Amazon che hanno distribuito l’elisir delle API stanno riprendendo il controllo della situazione

Molte, se non la maggior parte delle start up sono features mascherate da business

La mancanza di un modello di business sostenibile e la dipendenza dalle API è un punto di estrema debolezza delle start up.
Haghel fornisce ancora interessanti “best practices”_

Le recenti mosse dei grandi fornitori di web services come Google, Amazon, MySpace and Firefox suggeriscono che ci ci potrebbe essere un’altra meno entusiasmante futuro (per le stat ups, N.d.R.) impedendo l’uso o facendolo pagare delle API stesse o peggio sviluppando rapidamente applicazioni in competizione con quelle costruite da terze parti grazie ai propri web services piuttosto che invece finire con una grande acquisizione.

Il caso citato di Firefox è un po differente tenendo consto che è un progetto Open Source e che Flock è costruito su di esso.
In ogni caso la lezione da imparare è la seguente:

L’unico orizzonte sostenibile per il web 2.0 , come in qualsiasi altro business oggi, è quello di fare presto e meglio degli altri ma non è uno sprint alla fine del quale ci si può sedere aspettando che un acquirente bussi alla tua porta.

Per intraprendere un percorso di crescita del business più sicuro Haghel suggerisce:

Il web 2.0 è una potente opportunità per partire da soli con poche risorse ma è meglio investire per acquisire presto quelle risorse che permettano di costruire un modello di business sostenibile con qualche ragionevole barriera all’entrata, specialmente per quanto riguarda il fornitore di API che si sta usando nella fase iniziale. ;

Ma, abbiamo visto che molto dipende dalla comprensione delle strategie fornitori di API (Statsaholic sembra aver fallito in questo).

Tatticamente quindi si deve:

  • accelerare l’innovazione nell’innovazione dei servizi offerti in maniera da essere sempre uno, duo o più passi avanti di coloro che cercano di copiare il servizio;
  • trovare modalità di utilizzo dei servizi che aiutino a stabilire relazioni di fiducia con gli utenti e idealmente innescare potenti effetti a catena che renderebbero difficile per eventuali entranti portare via gli utenti.
  • Motivare gli utenti a contribuire allo sviluppo dei servizi è sicuramente una tattica che garantisce il miglioramento del servizio proporzionalmente alla crescita degli utenti, l’essenza del web 2.0

La conclusione di Haghel sul futuro dei modelli di business del Web 2.0 sono interessanti.:

Sospetto che sostenere una crescita equilibrata nel tempo dell’ecosistema Web 2.0 sarà incentrato su un nuovo modello di business fondato sul pagamento per l’uso delle API. Questo aumenterà la pressione sugli utenti delle API stesse spingendoli a costruire servizi sostenibili, riducendo la tendenza dei fornitori stessi a competere con i servizi creati sulle loro API.

Questo modello comincia ad emergere effettivamente e stanno emergendo nuovi attori che cercano soluzioni a questi problemi. Cosa si può fare per ridurre questi rischi? Cercare un’assicurazione, proprio quello che fa mapsastraction. Si legge su Vecosys :

Well Nestoria, ha deciso di offrire una polizza che copra i rischi derivanti dal cambiamento dei termini del sevizio di Google, sostenendo attivamente Mapsastraction una libreria che offre API comuni per i servizi di mapping Google, Yahoo e Microsoft, permettendo di cambiare da uno all’altro nella maniera più semplice possibile. L’obiettivo di Mapsastraction è quello di proteggere le aziende che costruiscono servizi commerciali usando le Google Maps, garantendole dai cambiamenti del Terms of services, dall’introduzione di pubblicità o dalla discriminazione della qualità del servizio.

Un’assicurazione è sicuramente un ottima soluzione per ridurre i rischi a breve e medio termine, resta il fatto che le dinamiche di innovazione di un mercato altamente competitivo si garantiscono solo se i servizi di “base” non sono offerti in regime monopolistico o oligopolistico. La migliore assicurazione in questo senso è quella di sostenere i progetti open source e gli standard aperti che hanno a questo punto un importante ruolo economico e non solo etico.

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Dapper

April 15th, 2007 · 7 Comments

E’ passato un pò di tempo dall’ultimo post ma GridLab è stata impegnata al 100% in un progetto di cui parleremo al più presto.

Intanto proseguiamo il viaggio tra i servizi disponibili per la creazione di applicazioni mash ups.

Abbiamo approfondito la conoscenza di Dapper.

Dapper è un servizio web che permette agli utenti di estrarre ed utilizzare l’informazione da qualsiasi sito internet. Sostanzialmente è un generatore di API (application programming interface) che permette quindi di distribuire su un canale RSS quei contenuti che non lo prevedono.

Uno strumento potentissimo.

Non solo. Nel “dappizzare” un sito si possono strutturare i dati acquisiti, cioè prendere solo in titolo, l’occhiello, il testo e l’autore di un articolo e raggrupparlo in maniera tale da ricevere blocchi di contenuto coerenti ed immediatamente riutilizzabili (licenza permettendo, ovviamente) a proprio uso e consumo . Si ottiene così un feed da aggregare ad altre fonti usando servizi come mysyndicaat o yahoo pipes.

Recentemente Dapper ha messo a disposizione degli utenti di Firefox un plugin che permette di trasformare in RSSfeed i contenuti di qualsiasi pagina si stia navigando o di creare al volo il proprio dapps, rendendo tutto il processo ancora più semplice.

L’interfaccia del back end è stata da poco ridisegnata, (la prima versione non era efficientissima e richiedeva un po di apprendimento) ma è stato fatto un gran lavoro sulla user experience ed è migliorata tantissimo. il servizio contribuirà notevolmente al cambiamento dei processi di produzione di contenuti e di applicazioni web 2.0.

Come per yahoo pipes e my syndicaat vale il discorso dell’allargamento della base di utenti che pur non in possesso di particolari competenze tecniche possono tuttavia realizzare servizi avanzati.

Partiamo da una cosa semplice.

Con dapper posso costruire un fantastico widget con pochi clic che permette agli utenti di cercare le risorse ai loro dubbi sui vari acronimi o parole chiave relative alle tecnologie, usando i contenuti di TechTarget, una delle migliori directory e portali editoriali in tema.
Eccolo.

Add to your site   powered by Dapper

Provate a cercare XML o DBMS e magari ne parliamo nel prossimo articolo.
I lavoro più complesso è quello di selezione delle risorse sul web da dappizzare per creare una “base” di fonti che migliori la qualità della risposta.

Dapper è anche un canale per la distribuzione dei vostri contenuti. Se ne producete quindi potete metterli a disposizione della community dapper fissando anche i termini della licenza per il loro utilizzo.
Un modo semplice per implementare API, RSS o sfruttare la potenza virale dei widget.
Prima di costruire il vostro dapper fate un giro tra quelli messi a disposizione dalla community. Li potrete riutilizzare migliorare risparmiando tempo

Naturalmente se siete degli sviluppatori potrete sfruttare dapper al meglio, visitate la sezione dedicata ai developers
Se create qualche dapplication fatecelo sapere, lasciate un commento. Torneremo comunque a parlare di dapper non appena lo avremo analizzato più approfonditamente.

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GridLab alla New York University per il primo progetto

April 5th, 2007 · 1 Comment

Sono passati un po di giorni di silenzio ma GridLab è stata impegnata a preparare la prensentazione del suo primo progetto.
Si è lavorato sulla piattaforma per la gestione della comunità virtuale bilingue all’interno del progetto Eusic, Empowerment of U.S. Italy Community, un programma finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito degli interventi per la formazione degli italiani residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea.

Questo il comunicato stampa ufficiale del progetto.

GridLab è partenr e ha lavorato per la Internet Digitalians Corporation

New York, 28 mar. (Apcom) - Favorire l’occupazione degli italiani all’estero e rafforzare la presenza delle comunità dei connazionali presenti in altri paesi. E’ questo l’ambizioso obiettivo del progetto Eusic, Empowerment of U.S. Italy Community, un programma finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito degli interventi per la formazione degli italiani residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea.

L’iniziativa che ha come proponente principale l’Università ‘La Sapienza’ Di Roma e in particolare il dipartimento di Sociologia e Comunicazione, prevede la creazione di un complesso di servizi telematici innovativi e di iniziative per la formazione. “Si tratta di un programma articolato in tre fasi”, ha spiegato Patrizio Di Nicola docente di Sociologia dell’Organizzazione e di Sistema Organizzativi, nel corso della presentazione avvenuta presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University. “La prima fase è di ricerca e intervento, la seconda è di selezione e formazione e la terzo è di creazione di una rete per continuare a lavorare nel settore anche dopo il termine del progetto stesso”.

E il programma appare aver riscosso un certo successo tra i giovani italiani e italo-americani: 38 domande per 12 posti disponibili più tre uditori: “E’stato difficile scegliere, tutti i candidati presentavano profili interessanti ed erano molto motivati”, ha proseguito Di Nicola parlando dinanzi alla platea della Casa Italiana dove è intervenuto anche il Console di New York, Antonio Bandini, e la Contessa Zerilli Marimò alla quale è stata donata una copia della bolla pontificia del XX aprile 1303 con la quale Papa Bonifacio VIII istituì l’Università La Sapienza.

E’ proprio la partnership tra l’Ateneo romano e l’Nyu, interlocutore privilegiato del progetto il filo conduttore dell’iniziativa. “Un’iniziativa che avvicina due Università molto diverse in termini di età”, ha spiegato Renato Fontana del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione de La Sapienza e uno dei promotori dell’iniziativa.

Sarà inoltre creata una comunità virtuale bilingue di carattere informativo dedicata alla collettività italiana in America e volta a rinforzare le reti sociali esistenti attorno ai siti web delle testate giornalistiche e dei principali Enti che supportano il progetto. Tra i partner americani del progetto EUSIC figurano il Gruppo Editoriale Oggi, la società di servizi Internet Digitalians Corporation e la casa editrice US-Italia Publishing Corporation. Sul lato italiano, oltre all’Università La Sapienza, vi sono le Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli e Futuribile, società di consulenze nel campo dell’Information Technology.

L’obiettivo ultimo - ha concluso Ottorino Cappelli dell’Università Orientale di Napoli, considerato il progettista dell’iniziativa è formare sei ‘online community manager’, in grado di gestire la comunicazione e il social networking, e sei giornalisti esperti di tematiche italiane e italo-americane.

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Lavoro Collaborativo 2.0. Condividere applicazioni con il browser.

March 16th, 2007 · No Comments

L’impatto del world wide web e di internet sulla società e sul mondo del lavoro è ormai un dato incontrovertibile; quasi storia. L’ampliarsi quotidiano delle frontiere di questa evoluzione è cronaca quotidiana.

Il web 2.0 e le sue applicazioni semplici, utili e divertenti sono il segno che l’evoluzione sta generando nuovi paradigmi nella comunicazione: non si fanno meglio e più velocemente cose che si facevano prima; si fanno cose nuove. Il cambio è più evidente nei segmenti della comunicazione dove i costi del cambiamento sono minori: l’enterteinment ad esempio. You Tube non sostituisce la televisione ma cambia il modo come l’audio e il video viene prodotto distribuito e consumato. Abbandonare la TV, spesso noiosa e con proposte di contenuto codificate, esasperate, omologate ma soprattutto, “intangibili” da parte degli utenti, non costa nulla più che la pressione di un tasto sul telecomando per spegnerla.
Ma i servizi di rete creano valore e finalmente il cambio di paradigma si sta affacciando anche sul mondo del lavoro, dell’impresa, della produzione.
Il web 2.0, l’apertura dei dati e delle loro strutture, l’affermarsi di alcuni standard, la diffusione ed il miglioramento delle infrastrutture di rete hanno permesso la nascita di servizi e applicazioni con un architettura distribuita, la famosa service oriented architecture: internet si è trasformato da mezzo di trasporto di informazioni ad infrastruttura per la distribuzione di applicazioni e servizi. Se la cosa risulta fumosa, ripercorrere questa evoluzione con un grafico semplifica di molto il concetto.
L’evoluzione degli strumenti di collaborazione basati su internet si può ripercorrere lungo due dimensioni:
la ricchezza semantica e la tipologia di “oggetti” digitali che sono in grado di veicolare.

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Per ricchezza semantica intendiamo non solo la quantità di informazioni in grado di scambiare attraverso le applicazioni ma anche il tipo e l’intensità delle interazioni che rendono possibili tra gli utenti. Si va dal semplice scambio di dati e informazioni alla condivisione di processi sempre più complessi che costituiscono esperienze percettive e creative.
La tipologia di “oggetti” digitali comprende invece lo scambio di documenti via via sempre più complessi: dai file testuali fino alla condivisione simultanea di applicazioni per attività come il gioco, il disegno, le presentazioni grafiche, la scrittura di documenti, l’analisi dei dati ecc…
Le applicazioni groupware, i sistemi per la gestione delle intranet e le piattaforme per il social network sono gli strumenti che, oggi segnano il confine tra l’evoluzione degli strumenti di collaborazione on line e il vero e proprio cambio di paradigma nella organizzazione delle imprese e del lavoro.
Attraverso questi strumenti e una adeguata progettazione dell’architettura delle informazioni e dell’esperienza utente si riescono a gestire grandi quantità di informazione, molti processi aziendali, agevolando l’emersione della conoscenza e dell’esperienza delle persone che fanno parte di una organizzazione e ne custodiscono il valore.
La condivisione delle applicazioni è il passo successivo verso il cambiamento del paradigma della collaborazione e dell’organizzazione aziendale. In alcune realtà avanzate tecnologicamente, fortemente strutturate e altrettanto capitalizzate i sistemi informativi hanno raggiunto questo livello di sviluppo ma l’esplosione di creatività rappresentata dai servizi web 2.0 sta accelerando il fenomeno. Cercando tra la miriade di applicazioni disponibili in rete si pesca un plugin per firefox (il browser open source che sta minacciando internet explorer e che di fatto sta sostituendo una sempre maggiore quantità di applicazioni per il desktop) che si colloca sulla frontiera più avanzata delle applicazioni per il lavoro collaborativo. Si chiama Sameplace.
Si installa semplicemente attraverso un menù disponibile sul browser e offre una serie straordinaria di servizi, tutti integrati dentro l’applicazione che ogni utente usa per navigare in rete. Apparentemente è un Istant Messenger che l’utente può utilizzare anche con il proprio account di Google Mail, in realtà, è molto di più.
Con Sameplace è possibile interagire con altri utenti condividendo alcune applicazioni web appositamente sviluppate. Due o più utenti raggiungono il sito dell’applicazione, cliccano sull’apposito bottone “Connect” e da quel momento entrambe possono utilizzarla.
Facciamo un esempio pratico. Una delle applicazioni sperimentali già disponibile è Traverl ovvero una pagina web con una Google Maps integrata che è possibile “consultare” e manipolare contemporaneamente con un altro utente. Se vogliamo ad esempio spiegare il percorso per raggiungerci o tenere una lezione sull’altopiano dell’Anatolia, possiamo spostare, “zoommare” e cliccare sulla mappa mentre l’utente segue in diretta il nostro percorso e ci pone delle domande attraverso l’istant messanger.
Altre applicazioni sperimentali sviluppate per sameplace sono Tratto, per il disegno collaborativo, Chess per farsi una partita a scacchi o S5share per condividere in tempo reale uno slideshow basato sullo standard S5 sviluppato da Eric Meyer (http://meyerweb.com/eric/tools/s5/ )
Sameplace funziona grazie a XMPP (prima Jabber), il protocollo open source per la messaggistica che stanno diventando degli standard de facto.
Un dettaglio non trascurabile è quello che per utilizzare le applicazioni non è necessario installare niente altro oltre il plugin. Man mano che queste vengono sviluppate vengono distribuite attraverso un feed e l’utente se le ritrova nel menu. In termini di semplicità d’uso e di valore aggiunto il meccanismo non ha eguali per ora.
A sviluppare sameplace che è rilasciato con tre tipi di licenza MPL/LGPL/GPL è una comunità programmatori italiani. Le applicazioni per semplace sono create invece da un’altro marchio italiano: nimboo, una delle prime aziende italiane geograficamente distribuite che lo utilizzano come strumento per la collaborazione on line.
Nimboo nasce proprio attorno all’idea che la vera “piattaforma” sono le persone (platform is the people è il pay off) e si concentra nello sviluppo di applicazioni per migliorare il lavoro collaborativo usando servizi web e linguaggio per lo sviluppo rapido come ruby on rails. Sono una delle poche realtà in Italia a tentare questo approccio nella scrittura del software e le idee non mancano. Certo se qualcuno si accorgesse delle potenzialità e ci investisse sopra non sarebbe male. Basta parlarci due minuti e le idee fioccano che si fa fatica a seguirli. Per farsi un’idea delle idee in cantiere date uno sguardo ai nimboo labs.
Sameplace, e la tecnologia su cui risiede sono open source. Uno dei prossimi passi sarà quello di far crescere la comunità di sviluppo per far si che dalle applicazioni sperimentali si passi allo sviluppo di una serie consistenze applicazioni pronte per entrare su un mercato come quello dei servizi per il lavoro collaborativo che sta per vivere la sua fase 2.0.

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Yahoo Pipes

March 6th, 2007 · No Comments

Yahoo Pipes

In sintesi:

Yahoo Pipes è :

* un passo verso la “programmazione” user friendly;
* un ponte tra comunità di sviluppo e social network;
* una conferma del fatto che la tecnologia è sempre meno strategica; una commodity e l’imperativo è “creare un ambiente “confortevole” per gli utenti e per i motori di ricerca.
* la conferma che distribuire i dati attraverso RSS o meglio fornendo API ai diversi servizi è un fattore chiave per la competitività.

Cosa è Yahoo Pipes

Di servizi web ne spunta uno ogni giorno, anzi, ad essere precisi e leggere il cruscotto di programmable web (le notizie nella barra a destra arrivano da là), circa tre. Pipes, di Yahoo però è diverso. Secondo Tim O’Reilly addirittura:

is a milestone in the history of the internet.

Una pietra miliare nella storia di Internet. Forse è troppo ma di sicuro Pipes è un passo avanti notevole nella direzione della semplificazione dei servizi web e della interoperabilità.

Ma che cos’è Pipes?.

E’ un servizio web con un’interfaccia grafica sofisticata che permette, agli utenti senza particolari conoscenze di programmazione, di assemblare web services abbastanza complessi.

Si possono prendere dati da fonti aperte, pubblicate attraverso i formati di RSS (Really Simple Syndication) o accessibili attraverso API (Application Programming Interfaces) , manipolarle ed aggregarle usando operatori logici, funzioni per filtrare i contenuti, concatenare stringhe, estrarre informazioni utili per la georeferenziazione, introdurre informazioni da parte degli utenti.

Il risultato è un servizio web personalizzato, disponibile in formato RSS utile per essere integrato nelle proprie applicazioni web.

Un esempio.

Si possono prendere le notizie pubblicate su un quotidiano on line, filtrarne i contenuti ed associale con le fotografie che su flickr sono state classificate con le stesse parole chiave fornite dalla funzione di analisi testuale. Questo esempio prende alcune parole chiave delle notizie del New York Times e le associa alle fotografie di Flickr.
Un’altra applicazione per cui Yahoo Pipes è particolarmente utile è il news mastering. Selezionare diverse fonti filtrarle e fonderle in un unico feed è semplice e permette di immetere nelle proprie applicazioni on line notizie di qualità mantenedo un certo grado di controllo e di coerenza con la propria linea editoriale. Pipes può essere usato come utlile strumento in combinazione con altri servizi per il news mastering come MySyndicaat. Con MySyndicaat per creare il codice html o php da inserire nel proprio sito per mostrare la propria selezione di notizie. Il rislutato si sarebbe potuto raggiungere anche con il solo MySyndacaat ma per ogni parola chiave è necesario inserie i feed di tutte le fonti utlizzate. Con Yahoo Pipes invece queste sono selezionate solo la prima volta e poi basta inserire la parola chiave per avere l’output.
In generale Yahoo Pipes è un utile struemnto per assemblare gli output di tutti i servizi Web che vengono distribuiti in formato RSS feed o con API.
Il limite è la fantasia

La comunità di sviluppo si trasforma in social network

Pipe unisce un sofisticato ambiente grafico solitamente dedicato alla programmazione (assomiglia alle interfacce visuali per la programmazione ad oggetti e ai database relazionali) e lo consegna ad una rete di utenti più estesa. La comunità di sviluppo di trasforma in social network accogliendo anche quegli utenti che non hanno una conoscenza dei linguaggi di programmazione.

Una volta creato un “Pipe” infatti lo si può pubblicare e gli altri utenti lo possono clonare modificare o utilizzare per costruirci sopra altri servizi. Un pò come usare i lego.

Il concetto di “Pipeline” è derivato dal mondo Unix. Nel sistema operativo più famoso del mondo come nei suoi figli (Linux) è possibile convogliare l’output di diverse applicazioni direttamente in altre applicazioni del sistema, costruendo comandi complessi (chiamati appunto Pipelines) e automatizzando compiti complessi.

La stessa cosa fa Yahoo Pipes utilizzando i web services invece delle applicazioni.
Il social network per lo sviluppo ed il test di servizi web

Semplicità d’uso e condivisione quindi sono i punti di forza per questo servizio che promette di dare una bella accelerazione al già prolifico fiorire di servizi Web 2.0. Dal punto di vista dello sviluppo e del successo del servizio proprio l’approccio “social” è l’aspetto più rilevante di questo esperimento di Yahoo.

Invece di percorrere la strada del modello di sviluppo Open Source con una “centrale” per lo sviluppo e per il rilascio di aggiornamenti, patch e documentazione che solitamente porta ad una serie di progetti clone o poco differenti (forking) seguendo gli umori della comunità di sviluppo, Yahoo ha optato per un approccio “embracing failure”. In parole povere cercando di esternalizzare ridurre i costi del fallimento di una idea (traducendo come meglio possibile, costs of failure).

La forza dei progetti open source e quella maggiore delle idee prodotte e realizzate dai social networks risiede proprio in questa capacità. Le imprese hanno costi strutturati, anche la sola progettazione e scelta di diverse strategie di sviluppo comportano dei costi e dei tempi di approccio al mercato. I risultati di servizi come in presenza di servizi flessibili e con un livello di astrazione elevato come Yahoo Pipes i costi di sperimentazioni di tutte le possibili combinazioni che portano ad un prodotto o servizio di successo sono elevati.

Lasciare alla rete la possibilità di combinare e ricombinare gli elementi che lo costituiscono è senza dubbio la migliore strategia. Per gli individui che partecipano volontariamente al social network questi costi sono molto più ridotti per non dire nulli: il loro obiettivo non è il successo del prodotto ma la sperimentazione, l’apprendimento ed eventualmente lo sfruttamento di una idea vincente o un servizio attraente per il mercato.

Diciamo che in questo senso lo scambio di mercato in questione è infrastruttura e tecnologia a disposizione dal lato di chi offre la piattaforma, lavoro, creatività ed esperienza dal lato di chi partecipa al progetto. Un terreno nuovo di scambi di mercato il cui valore è difficile da misurare usando esclusivamente il parametro monetario.

Uno schema comunque funzionante ed in certi casi dalla forza prodigiosa e capace di creare innovazione.

La differenza sta nel numero di persone che Yahoo Pipes rischia di riuscire a coinvolgere in una attività solitamente ristretta ai cosiddetti geek, un numero più esteso di persone. L’esperienza in programmazione richiesta è limitata quello che serve è fantasia e logica (la famosa business logic delle architetture 3 tier).

Dietro l’interfaccia:

Dal punto di vista tecnico il servizio non è altrettanto innovativo. Strumenti per il mash up di dati ce ne sono diversi ma richiedono competenze da programmatore. Vediamone alcuni:

  • Plagger: un “dirottatore” di Rss feed opensource creato da Tatsuhiko Miyagawa che permette di fare più o meno tutte le stese cose che fa pipes ma senza avere l’interfaccia grafica.
  • My Syndicaat: il miglior sistema per aggregare diversi feed e creare un servizio personalizzato Si possono filtrare i feed, eliminare i duplicati, scegliere un lay-out per l’integrazione e diverse tecnologie di scripting;
  • Dapper: The Data Mapper, è un servizio che permette di raccogliere (grab) dati da tutti i siti, strutturali secondo un proprio modello e renderli disponibili come feed RSS. Meno sofisticato di Yahoo Pipes ha però il vantaggio di funzionare anche con i siti che non mettono a disposizione API o feed. Seguendo il DOM (document Object Model) raccoglie i dati da qualsiasi risorsa web. Certo il risultato non è dinamico ma comunque utile. Costruire directory e servizi con frequenza di aggiornamento abbastanza lunga diventa facilissimo. Può essere utilizzato come integrazione di Yahoo Pipes che non permette fare il Grab di siti che non offrono formati RSS o API.
  • OpenKapow: E’ praticamente Yahoo Pipes ma necessita di un client da installare. Non l’ho provato direttamente ma l’interfaccia grafica è meno accattivante di quella di Pipes

Conclusioni:

Tutti questi servizi che di fatto permettono la replica di servizi già esistenti e la loro combinazione di fatto favorendo la ridondanza portano a fare diverse considerazioni:

Per tutti i servizi che fungono da fonte di informazione costituiscono un sistema utile per aumentare la loro posizione nei motori di ricerca. La link popularity cresce a dismisura (con l’effetto collaterale che se il pagerank del sito che li utilizza è basso c’è il rischio che risulti penalizzante. Generalmente si rivolgono comunque ad un target internet friendly con la probabilità di finire su siti con un page rank intorno al 5;molto elevata).
Se è vero che “Content is The King”, trovare contenuti di valore e utilizzarli è sempre più facile. La variabile critiche per il successo di un sito su internet diventano quindi altre: la search engine optimisation, la user experience, il coinvolgimento degli utenti nella produzione di contenuti. Per chi progetta applicazioni e servizi internet quindi l’imperativo è “creare un ambiente “confortevole” per gli utenti e per i motori di ricerca. Anche se i contenuti sono disponibili altrove gli utenti torneranno dove si trovano a loro agio. La conseguenza sulla tutela dei propri contenuti è rilevante.
Cercare di difendere la proprietà ed i diritti sui contenuti diventa troppo costoso rispetto all’esigenza opportunità di scambiarlo e arricchire la propria applicazione o il proprio servizio. La condivisione porta maggiori vantaggi e contribuisce a diffondere il marchio e a far conoscere la propria attività.
L’ultima considerazione la lascio per il nostro paese. Come al solito in ritardo nel comprendere l’evoluzione rapidissima dell’economia della rete ma con delle opportunità. Con fatica ma grazie ad un intervento pubblico esistono numerose fonti di informazione istituzionale con contenuti che se ben assemblati potrebbero generare valore. Dati che in qualche maniera sono “pubblici” proprio perché offerti da siti della pubblica amministrazione. Un patrimonio che resta però confinato nei domini .it, e .gov. Sarebbe ora di aprire le porte, distribuire i dati attraverso RSS o meglio fornendo API ai diversi servizi. L’Internet Italiana ne beneficerebbe e subirebbe una salutare accelerazione che creerebbe valore.

fonti:

[posted with ecto]

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GridLab Manifesto

March 6th, 2007 · No Comments

GridLab è uno studio associato per il design e lo sviluppo di progetti ed applicazioni basate sul web, il social networking ed il lavoro collaborativo.
Uno studio associato diciamo perché in Italia non esiste una forma organizzativa analoga alla Limited Partnership presente in altri paesi.
GridLab nasce oggi perché grazie ad Internet e alla sua evoluzione diverse persone con alle spalle oltre un decennio di esperienze in diversi campi legati all’informatica alla comunicazione e alla rete collaborano ormai stabilmente su diversi progetti in maniera distribuita e coordinata.
GridLab si rivolge a chiunque, professionista, responsabile d’azienda, dirigente della pubblica amministrazione, imprenditore voglia utilizzare internet come strumento di lavoro.
Che lo usiate per la comunicazione con mercati, partner, dipendenti o clienti, che la usiate per la produzione e per la distribuzione di prodotti o servizi, che la usiate per la formazione e la gestione della conoscenza per risparmiare sui costi o aumentare i ricavi, per cercare nuovi mercati o presidiare nuove nicchie, gridlab può aiutarvi mettendo in piedi gruppi di lavoro, facendo couching, progettando software.
I risultati del nostro lavoro non sono solo prodotti o servizi: sono reti di relazioni, tecnologie e processi per gestirle e trarne valore, modelli business e relative applicazioni.
Realizziamo le idee con gli stessi strumenti che utilizziamo per lavorare: mash ups, blogs, instant messagging, protocolli di comunicazione, web services, strumenti per il lavoro collaborativo; dipende dagli obiettivi e dalle caratteristiche del cliente, dal budget e dai tempi del progetto.
GridLab è però e soprattutto, le sue persone e le conoscenze che hanno. Per questo apriamo un blog. Per diffonderle ed accrescerle con la collaborazione delle persone in rete.
La voce di gridlab è quindi la voce si Stefano Giannuzzi, Ottorino Cappelli, Rocco Quaglieri, Alberto Sepe, Fabio “Scriptavolant” Masetti, i ragazzi d nimboo. Sul blog leggerete il distillato della nostra ricerca sui temi del programmable web, social network, lavoro distribuito, cultura e mode della rete.
Speriamo diventi presto anche quella di numerosi lettori.

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